DOTT.SSA FEDERICA PARRI - Psicologa-Psicoterapeuta

Solitamente si decide di andare in terapia perché nella nostra vita ci sono delle situazioni che ci fanno soffrire. Ciò si può manifestare tramite dei disagi emotivi, oppure può essere evidente dal nostro comportamento o dalle situazioni in cui ci ritroviamo spesso implicati. In tutti i casi spesso si colloca il problema al di fuori di noi, come un qualcosa che non possiamo gestire, ma che, se solo cambiasse…

Abitualmente si sente dire: “Perché devo andare in terapia? Non sono mica pazzo!”, attribuendo allo psicologo o allo psicoterapeuta il ruolo di medico dei matti, o peggio ancora, attribuendo ogni disagio o dolore psicologico nell’area della patologia. Il non volere aiuto in realtà non è una posizione di grande valore, chi riesce a chiedere aiuto e riceve sostegno in ogni disciplina aumenta le sue capacità e competenze molto più velocemente di chi vuol fare tutto da sé. Pensate allo sport, chi impara a sciare da solo lo farà con più difficoltà e producendosi più male di chi ha preso delle lezioni da un maestro. Alla fine chi ha imparato da solo si potrà anche bullare di averlo fatto da solo ma magari nel frattempo si è rotto una gamba o ci avrà impiegato il doppio del tempo.

Allo stesso modo non capisco perché molte persone non vogliono chiedere aiuto e imparare delle strategie per esempio per gestire l’ansia o gli attacchi di panico o la propria rabbia o le relazioni amorose o quelle amicali o per superare un lutto o un trauma… Ci possono essere molte situazioni nella vita difficili o dolorose, da quando siamo piccoli a quando siamo adulti, e degli esperti ci possono aiutare a superare queste situazioni senza togliere niente al nostro valore, anzi aiutandoci in minor tempo a vedere e a sviluppare le abilità che emergono dalle nostre modalità di superamento del problema.

E’ vero, non è facile parlare dei nostri problemi e di situazioni intime davanti ad un estraneo, come può una persona x capirmi? Come posso fidarmi e non pensare che riderà di me e dei miei problemi? E poi parlare di quella cosa è così doloroso…

In realtà è proprio l’estraneità che aiuta il processo terapeutico, se non sono implicata negli eventi del cliente, né legata con lui affettivamente, il mio ascolto potrà essere neutro, e da questa neutralità potrà emergere un punto di vista diverso che magari allarga l’orizzonte del cliente. Inoltre anni e anni e anni di studio mi hanno portato ad apprendere molte informazioni e molte tecniche per aiutare le persone e per aiutarle ad aiutarsi e a trovare da sole le strategie per la risoluzione dei loro problemi.

Quando si svolge un colloquio terapeutico si entra in una dimensione particolare, una dimensione dove sono i cuori delle persone che si parlano, non i loro cervelli, e se si parlano i cuori non c’è spazio per la derisione o per il giudiziose. La differenza è tra parlare di ciò che penso e parlare di ciò che sento, se parlo di ciò che penso il mio interlocutore può essere d’accordo o no con me mentre se parlo di ciò che sento non è possibile un contradditorio perché sto parlando di uno spazio solamente mio e inconfutabile. Immaginatevi una persona che vi dice che sua figlia è un’incosciente perché torna tardi la sera, io posso essere d’accordo con lei o no in linea teorica o ancorandomi a dei ricordi della mia adolescenza, ma se la persona mi dice che è sempre molto preoccupata quando la figlia torna dopo mezzanotte, perché ha paura che le sia successo qualcosa, io non posso obiettare la sua paura perché è il suo vissuto e, in quanto tale, è inconfutabile.

Infine non bisogna avere paura dell’emozione perché, anche se fanno male, passano. Ogni emozione, dalla più bella alla più brutta segue una curva sinusoidale, cioè arriva ad un apice e poi decresce, le emozioni che non decrescono sono quelle non espresse completamente e che ci rimangono attaccate addosso. Per questo in terapia non si scansano le emozioni ma anzi si cercano e si fanno esprimere perché abbiamo questa certezza scientifica che l’emozione, una volta espressa si placherà.

Trattate le vostre emozioni e le vostre capacità relazionali come delle abilità che hanno bisogno di essere apprese e non peccate della presunzione di saper gestire da soli ogni avversità della vita. E’ vero molte persone hanno vissuto 100 anni senza andare dallo psicologo ma quello di cui si parla non è di riuscire a vivere ma è di come si vive. E’ meglio vivere 100 anni con l’ansia o senza? E’ meglio vivere 100 anni scansando gli ambienti affollati per paura di avere un attacco di panico o è meglio vivere 100 anni andando dove ci pare? E’ meglio vivere 100 anni arrabbiati o usare la rabbia per farci rispettare e per ottenere ciò che si vuole?

A voi la risposta.

Spesso si sente parlare di “sviluppo psichico”, aspettare di essere evoluti corrisponde alla nota espressione “aspettare il sol dell’avvenire”, che la storia ha dimostrato non essere neanche tanto luminoso. In realtà dopo la maturità sessuale non c’è più niente da evolvere: se uno è cretino non c’è evoluzione che tenga, cretino rimane. L’unica cosa che cresce durante tutta la vita è l’esperienza, la quale però non funziona da sé, bisogna che le persone la utilizzino attivamente perché diventi uno strumento di relazione con la vita, bisogna cioè far tesoro della propria esperienza perché questa possa assomigliare a un’evoluzione.

Occorre, insomma, imparare dall’esperienza, cosa che non tutti fanno. Infatti, molti, malgrado abbiano moltissime idee, non hanno nessuna utilità pratica nella vita, continuano a coltivarle con grande impegno. Pensa a un uomo che usa sempre la stessa tecnica per corteggiare le donne e malgrado non riesca mai a conquistarle continua a comportarsi con loro allo stesso modo senza mai cambiare modalità, aspettando di trovare la donna che apprezzi il suo comportamento invece di trovare la strategia giusta per conquistarla.

Anche se siamo cresciuti con film basati sul “sogno americano” che sottolineano l’importanza del “farsi da sé”, dell’esprimere la propria soggettività ad ogni costo, con racconti che enfatizzano quanto sia importante esprimere la propria opinione anche quando tutti gli altri ci danno contro nella vita di ogni giorno, possiamo trovare nella nostra vita mille esperienze in cui si è attivata una vocina dentro di noi che ripeteva “non puoi” o “non si fa così” o ancora “se ti comporti in questo modo non ti vorranno più bene”. Queste voci si chiamano introietti, sono le voci dei concetti che abbiamo ingoiato senza digerire e che ci sono arrivati a volte sotto forma di frasi vere e proprie, mentre altre di sguardi critici e di atteggiamenti di disapprovazione dei nostri cari o dei pari. Gli introietti fanno coincidere i nostri bisogni con quelli dell’altro o dell’ambiente. Attraverso le introiezioni, la cultura ci trasmette le norme, i codici di comportamento, il linguaggio.  Ad es. il pensiero “lavorare stanca” è un introietto, una sorta di assunto che diamo per scontato, e che non mettiamo in dubbio. In realtà non è vero, se uno fa un lavoro che gli piace e lo gratifica e lo fa per un ridotto numero di ore non si stanca ma, anzi, ne viene ricaricato. E non pensate che questo sia impossibile, pensate agli artisti, solitamente la loro stanchezza è una stanchezza positiva, carica di soddisfazione oppure pensate agli psicologi, che vengono ricaricati dal contatto e della relazione positiva e di sviluppo che si crea con il cliente e che vengono continuamente stimolati intellettualmente dal dialogo con l’altro. Pensate a momenti precisi del lavoro, quando raggiungete un successo o una gratificazione, quei momenti non sono stancanti anzi…

Il processo di sviluppo della nostra vita, come dice Kirkegaard, non consiste nel cercare una verità cui sottostare ma nel cercare cosa si vuol fare della propria esistenza. D'altronde una verità sola è difficilmente sostenibile, a parte naturalmente gli integralismi di qualunque tipo, quindi dobbiamo imparare a vivere nell’ambiguità.

Le persone devono voler far qualcosa della loro vita, devono riprendersi la responsabilità della propria esistenza in prima persona; sono loro che hanno in mano il volante, anche se spesso dichiarano di essere solo i passeggeri e indicano gli errori di traiettoria, le sbandate o i testacoda a qualche fantomatico conducente, altro da sé, rinunciando a ciò di cui, di default, siamo tutti dotati: la gestione, la volontà, la responsabilità della nostra esistenza. La macchina in realtà va dove loro decidano che debba andare. Pilotare la propria esistenza, assumersi questa responsabilità va insieme alla presa di coscienza che si possa assumerla; si regge e si accompagna alla consapevolezza di avere il diritto/dovere del governo ognuno di se stesso, che è peraltro quello che qualifica e contraddistingue il genere umano, lo rende unico, ricco, complesso.

Una vita senza sicurezze di nessun tipo diventa preda dell’incertezza e dell’insicurezza, se rompo tutti i cliches convenzionali e mi rendo conto che è tutta mia la scelta (se alzarmi la mattina, se andare o no a lavoro, se mangiare o no), questo insight può diventare disorientante e spaventoso, può diventare come diceva Socrate “una condanna alla libertà”. L’unico appiglio rimane l’esperienza, la responsabilità e il gusto, cioè sperimentare consapevolmente e decidere se ci piace o meno quello che stiamo facendo e in base a quello dirigere il volante della nostra vita. Come dice Polster la persona non è, semplicemente avviene. Si può provare a spingerci oltre i confini dell’esperienze fatte fino ad oggi, per ampliare i nostri campi di piacere. Andare oltre, costa, in genere, in termini di dolore/paura: si può aspettare un’ipotetica soluzione della situazione in un futuro in cui s’immagina di non aver più dolore o paura, o si può decidere di non farsi fermare qui ed ora dal dolore/paura, semplicemente sopportandolo in funzione dei propri desideri.



la dott.sa Parri riceve anche nel suo studio a Monfalcone (Go)
in via Roma 45.